La prima volta che lo vidi pioveva. Un pomeriggio inoltrato di luglio; scendeva tanta acqua che sembrava che quel tizio lassù avesse deciso di chiudere qualche conto in sospeso con la gente di quel paesino.
Io ero appena arrivato in treno da non mi ricordo nemmeno dove… Avevo girato il paese da una costa all’altra quell’anno. Avevo trovato un buco sporco e umido in una bettola sulla strada principale, e m’ero deciso a cercare lavoro. Non sapevo se, e quanto a lungo, mi sarei fermato, ma i soldi cominciavano a scarseggiare e ne avrei avuto bisogno.
Fu così che chiesi a Madame Rawling dove fosse il bar più vicino. Lei mi guardò con compassione… glielo si leggeva in faccia: “Un altro ubriacone fannullone che paga male e in ritardo…”. Non mi rifiutò l’informazione, nonostante fosse decisa a mettere subito in chiaro le cose:
«Chi non paga finisce dritto col culo su quella strada.» Mi disse, indicando la modesta lingua di cemento che si stendeva oltre la porta d’ingresso della pensione.
Feci uno stupido inchino di scherno e andai a cercare il bar che mi era stato indicato. Non era lontano, giusto un quarto di miglio più in là, dietro l’angolo di un vicolo maleodorante.
L’entrata era una piccola porticina di metallo, dipinta di un blu sofferente per tutti i pugni, le bottiglie e le sedie che l’avevano colpita negli anni. Sopra, un’insegna zoppicante di neon blu recitava “Drea I la d”… con un po’ di fantasia si poteva immaginare il nome del locale, che doveva avere a che fare con isole e sogni…
Sconsolato inspirai quell’aria fetida e cercai il coraggio di entrare. Non feci in tempo a scendere lo scalino d’ingresso che un dardo sgangherato si conficcò nel pannello di legno ad un soffio dalla mia testa, con conseguente colonna sonora di risate sguaiate e battute di pessimo gusto.
Diedi uno sguardo in giro fra le teste ciondolanti dei perditempo ubriachi, le carte da poker malconce che giravano sui tavoli, e le piastrelle bianche e nere insozzate di ogni genere di rifiuto. In fondo al locale c’era un biliardo. Mi colpì il fatto che fosse lucido, completamente integro e pulito; aveva chiaramente più di trent’anni. Biliardi così non ne facevano più da tanto tempo, ma quello sembrava nuovo, appena montato da un diligente e scrupoloso fattorino. Stonava decisamente con il resto del locale. Mi colpì anche l’uomo che ci stava giocando… voglio dire, era strano, certo, vestito come non avevo mai visto nessuno… ma ciò che mi colpì davvero fu che stava giocando da solo…
Mi diressi al bancone, mi sedetti su di un trespolo cigolante e ordinai una birra. Danny, il barista, era un omone alto e ben piazzato, una pancia tonda e sporgente, fronte ampia e lucida, basette ben curate, e un paio di baffi che facevano contorno ad una bocca sempre curva in un sorriso appena accennato. Ispirava fiducia, così mi decisi ad iniziare una conversazione.
«Quel tizio, laggiù al biliardo…» gli dissi, accennando con la testa all’angolo in penombra.
«Otto?» chiese Danny, passando uno straccio lurido sul bancone. Poi, notando la mia espressione smarrita: «noi lo chiamiamo così…» disse.
«sì, insomma…”otto”…come mai gioca da solo?»
Non feci in tempo a terminare la frase che l’omone scoppiò in una risata grassa e rumorosa, contagiando presto anche il tizio mingherlino che sedeva di fianco a me. In un attimo la risata si allargò a tutto il locale.
«Sei nuovo eh?!» gridò qualcuno.
«Un altro pivello…» mormorò qualcun altro tra le risa.
«Che succede? Perché ridono tutti?» chiesi a Danny. Lui aspettò di riprendere fiato e domandò:
«Vuoi sapere perché “otto”… perché Petey “otto” Smith gioca da solo?»
«Certo!» esclamai spazientito.
«Beh ragazzo… è evidente che non lo hai mai visto giocare…»
Istintivamente mi girai a dare un’occhiata all’uomo che aveva causato la mia derisione. Era fermo, immobile, curvo sul tavolo da gioco, la stecca pronta a scoccare, gli occhi fissi sulla bianca, sembrava che le risa e la confusione che erano esplose poco prima non lo avessero minimamente sfiorato. Se ne stava fermo a calcolare con gli occhi il prossimo colpo, come se nulla fosse accaduto. C’erano tre bilie ancora da imbucare, due erano attaccate alle rispettive sponde lunghe, e una se ne stava, beffarda, al centro del tavolo. Petey mirava alla sponda corta.
Mi rivolsi a Danny. Il barista portò un dito alla bocca e mi fece cenno di tacere. Sentii un colpo secco e mi voltai verso la scena a cui tutti assistevano ammutoliti: la bilia appena colpita dalla stecca rimbalzò sulla sponda lontana, andò a sfiorare la numero 3 che silenziosamente cominciò a rotolare verso la buca d’angolo, mentre la bianca aveva preso la sua strada per la 9. Bocciata anche quest’ultima, e dopo essere rimbalzata sulla sponda continuò a rotolare verso il centro.
La 8 se ne stava ferma, aspettando il suo destino. Un colpo, e prese anch’essa a rotolare verso la buca laterale, centrandola silenziosamente.
«Quello è “otto”» disse Danny sogghignando.
«Vuoi sapere perché nessuno gioca con lui?» incalzò l’ometto dai capelli rossi che sedeva accanto a me. «Per questo».
Continuavo a non capire, e tacevo, con un’espressione da ebete stampata in faccia.
«Nessuno gioca con lui,» riprese un altro dietro di me «perché con lui non si può… giocare. Con lui si perde e basta. Al massimo puoi divertirti a vederlo giocare, ma non ci puoi giocare assieme.» Era un omone di colore, alto e grassoccio, con la testa pelata e le mani grandi da minatore. Me ne tese una.
«John.» mi disse, con la sua vociona profonda.
«E io sono Brian» fece eco il mingherlino, con un marcato accento irlandese.
Mi guardai attorno. La confusione era tornata ad essere brusio e tutti i clienti del bar erano tornati alle carte, ai dardi, ai loro boccali…
«Sì… io mi chiamo Robert» dissi, un po’ confuso.
«Piacere di conoscerti, Bob» rispose il colosso.
«Piacere» ripetè l’irlandese.
Trascorsi una buona mezzora a chiacchierare con quei due e con Danny, poi John salutò e se ne andò. Poco dopo fù la volta di Brian, e di tutti quanti gli altri. Petey era ancora là, con il suo biliardo, la sua stecca, le sue bilie. Indossava un cappello elegante, a tesa stretta, dei pantaloni di velluto beige retti da un paio di bretelle in cuoio, e una camicia bianca, legata con due nastrini all’altezza dei gomiti.
«Vuoi dormire qui questa notte?» mi domandò Danny con sarcasmo.
«E lui?» gli risposi accennando a “otto”.
«Io l’ho chiesto a te…»
«N…No… No. Dammi solo un quarto d’ora.
Mi alzai e mi diressi al tavolo rivestito di velluto verde, deciso a dare una lezione a quell’arlecchino snob. Petey stava per colpire, e cercai di infastidirlo.
«Giochiamo?»
Lui non si mosse, né mi guarò, ma staccò un colpo che mandò in buca cinque sfere.
«Sì» disse soddisfatto.
Scelsi una stecca, e aspettai che otto sistemasse il triangolo. Una bella spaccata… imbucai subito la 7. Poi sbagliai una sponda. Era il suo turno…
Beh… in quel turno chiuse la partita. Una dopo l’altra imbucò tutte le piene, e in coda la numero… Otto. Io rimasi in piedi a guardare il piano verde, incapace di pensare, dopo quello che avevo visto.
«Hai giocato bene» disse lui. Non c’era ironia, non sarcasmo, in quelle parole. Erano dirette e sincere. Erano semplici. Come “otto”.
Alzai lo sguardo verso il jukebox. Suonava “Summertime”, Janis Joplin. Le luci si spensero. Avevo conosciuto Petey “otto” Smith, e avevo perso.
Fuori pioveva ancora, e io non avevo un ombrello. Tutta quell’acqua mi riportò alla realtà. Sì, perché entrare al “Dream Island”, e chiudere quella porticina scrostata dietro di sé, voleva dire lasciarsi la realtà alle spalle, voleva dire entrare in una sorta di dimensione alternativa, in cui tutto sembrava essere possibile.
Il tempo non scorreva, al “Dream Island”. Non c’erano nemmeno orologi, fatta eccezione per una vecchia pendola con il vetro rotto e il quadrante impolverato, che nessuno aveva mai visto funzionare. Ecco, quell’orologio trascurato sembrava essere l’esatta riproduzione visiva del tempo… il tempo del “Dream Island”. Il tempo era come appeso a quelle pareti ricoperte di legno, in attesa di qualcuno o qualcosa che lo rimettesse in funzione. Se ne stava immobile ed impolverato, sfregiato ed ignorato. Al “Dream Island” il tempo si era arreso, aveva rinunciato a scorrere, a travolgere, a saccheggiare. Non aveva potere, lì dentro. La gente arrivava, sapendo esattamente che ora fosse, e se ne andava, senza nemmeno chiederselo. Dimenticavi persino che esistesse, il tempo. Quando te ne andavi, e riaprivi la porta sulla realtà, sapevi esattamente che quello era il momento di andarsene. Lo sapevi e basta, non avevi bisogno di un paio di lancette che te lo dicessero. Quando stavi al “Dream Island” non sapevi nemmeno cosa fossero.
Quella sera, tornato alla realtà di pioggia, mi incamminai verso la pensione, tenendomi vicino alle verande di quelle case basse, tipiche del sud, nella vana speranza di potermi riparare, mentre l’incredulità si trasformava in rabbia e delusione per la sconfitta. Continuavo a ripetermi che non toccavo una stecca da almeno tre mesi, che chiunque avrebbe potuto battermi, che se fossi stato allenato avrei fatto vedere a quel Petey Smith come giocano a biliardo i veri assi. Ma la verità la conoscevo, e continuava a ronzarmi in testa.
C’era qualcosa di straordinario nel modo in cui “otto” impugnava la stecca, nel modo in cui si piegava sul velluto, e persino nel modo in cui guardava quelle bilie d’avorio lucido. Faceva tutto con la naturalezza di chi apre il suo armadio per scegliere come vestirsi. Il biliardo faceva parte di lui, della sua routine quotidiana, e giocarci faceva indissolubilmente parte della sua vita.
Rientrando nella pensione diedi uno sguardo al cane di Madame Rawling, un vecchio spinone che passava le sue giornate accucciato sotto al tavolino del telefono, in un angolo della stanza spoglia che fungeva da reception. Ogni tanto alzava gli occhi e guardava con aria depressa i clienti che entravano, poi si risistemava e si rimetteva a dormire. Non potei fare a meno di notare quanto mi assomigliasse, e quanto, in fondo, la mia vita assomigliasse alla sua.
Cercai di scacciare la sensazione di sconfitta e mi levai il Panama inzuppato, dirigendomi verso le scale. Arrivato al primo piano percorsi il corridoio stretto e scricchiolante.
Terza porta sulla sinistra.
Stanza 54.
Chiusi la porta malconcia dietro le mie spalle e mi sedetti sul letto, guardando la pioggia cadere fuori dalla finestra, sulla strada.
Era davvero orribile quel paesino, eppure una sensazione precisa si stava delineando in me.
Sarei rimasto.